|
|
Il 3 marzo è una data che porto nel cuore: la Giornata internazionale delle persone sorde. È un momento di rivendicazione, certo, ma per me è stata soprattutto l’occasione di immergermi in un mondo fatto di silenzi eloquenti, di sguardi che leggono i gesti e di parole che, grazie alle nuove tecnologie, tornano a essere suoni udibili. Prima di recarmi nella Sala della Regina della Camera dei deputati, per l’evento ufficiale, ho cercato un attimo di solitudine alla bouvette di Montecitorio.
Il Transatlantico, quel lungo corridoio che precede l’aula, era insolitamente silenzioso, attraversato solo da qualche funzionario che scivolava via rapido. Entrato nel bar dei parlamentari, mi sono accomodato al bancone, ordinando un caffè che mi è stato servito nella porcellana istituzionale: quel blu diplomatico dello stemma “CD” su tazze e piattini di un bianco immacolato, sembrava richiamare un ordine antico e solenne. Mentre sorseggiavo il caffè, avvolto in un silenzio che pareva surreale, ho visto tre ombre, leggere, materializzarsi al mio fianco. Tre figure d’altri tempi, che però non disdegnavano affatto l’aroma del caffè, si sono accomodate al poseur table alla mia destra. Ho finto di leggere il cellulare, ma in realtà ho orecchiato ogni parola del loro straordinario conciliabolo.
A rompere il ghiaccio è stato Montesquieu, che con la curiosità di un cittadino qualunque, privo di casacche politiche ma desideroso di capire, ha rivolto lo sguardo agli altri due: «Amici miei, guardate questo Palazzo. Qui si scrivono leggi che sono, prima di tutto, lo specchio delle promesse fatte dalla comunità ai suoi membri più fragili. Ricordo che, prima ancora della storica legge 104 del 1992 o delle riforme più recenti del PNRR, in questo Palazzo brilla la luce della Carta Costituzionale che, con quegli articoli 3, 34 e 38, impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza, di garantire l’istruzione a tutti e di assicurare il mantenimento e l’assistenza sociale a chi è inabile al lavoro. Eppure, fuori, la gente soffre. Il cittadino che vive la disabilità chiede solo una cosa: che la giustizia sia efficiente ed economica, non solo nel senso del risparmio, ma come capacità di dare risposte rapide. Perché oggi, Amici miei, per ottenere un insegnante di sostegno o il riconoscimento di un’invalidità, o semplicemente un’adeguata assistenza domiciliare, bisogna attendere anni? E soprattutto, questa riforma sulla separazione delle carriere di cui tutti parlano e che voteremo a fine mese, aiuterà il genitore di un bambino autistico, il fratello che assiste il fratello con disabilità, o complicherà solo i flussi burocratici dello Stato?»
Marco Tullio Cicerone ha posato la tazzina con un gesto misurato, quasi solenne, ma i suoi occhi brillavano della passione dell’oratore: «Charles-Louis, la risposta non sta nel dividere, ma nell’unire. La magistratura deve essere un ordine unico perché il diritto è un’arte della sapienza, non una catena di montaggio. Separare chi accusa da chi giudica, creando due CSM e percorsi distinti, significa spezzare la cultura della giurisdizione. Se il magistrato perde questa visione unitaria, chi proteggerà il disabile? Un Pubblico Ministero che non si sente più “fratello” del giudice finirà per diventare un poliziotto dell’accusa, smarrendo quel senso di equità che dovrebbe portarlo a chiedere non la vittoria, ma la verità e la tutela dei più deboli. È l’unità che garantisce al giudice la forza di dire “no” ai tagli di bilancio quando si parla di diritti fondamentali, come ha fatto la nostra Corte Costituzionale ricordando che il sostegno non può essere sacrificato sull’altare dei conti pubblici».
Cesare Beccaria ha scosso la testa, con la pacatezza di chi crede nel primato della ragione: «Marco Tullio, Amico mio, la tua è una nobile illusione che troppo spesso nasconde l’arbitrio. Il cittadino di cui parla Montesquieu ha paura proprio di questa “colleganza”. Come può un padre sentirsi al sicuro se chi deve giudicare il suo ricorso contro la Pubblica Amministrazione prende il caffè ogni giorno con chi quell’amministrazione difende? La separazione delle carriere è l’unico modo per garantire che il giudice sia veramente terzo, come una bilancia che non pende da nessuna parte prima che siano poste le prove. La terzietà deve essere visibile: due CSM separati e il sorteggio dei loro membri servono a spezzare le correnti interne, affinché il magistrato torni a essere la “bocca della legge” e non un ingranaggio di un corpo autoreferenziale. Solo un giudice che non deve nulla ai suoi colleghi d’accusa sarà libero di applicare con rigore quella “prontezza” della pena — e del diritto — che io ho sempre invocato».
Montesquieu ha annuito, poi ha incalzato con un esempio concreto che mi ha colpito: «Parliamo di quella che molti definiscono una “vittoria di Pirro”. Ho sentito di genitori di bambini disabili a Roma che hanno ottenuto una sentenza favorevole per le ore di sostegno solo dieci giorni prima della fine dell’anno scolastico. A quel punto, il diritto è svanito, il bisogno è cessato. Come può la separazione delle carriere risolvere questo paradosso dell’inefficienza?»
Cicerone ha risposto prontamente: «Questo ritardo è un insulto alla maestà dello Stato, ma la separazione peggiorerebbe le cose! Creare due carriere chiuse significa alzare nuovi muri tra uffici. Il coordinamento diventerebbe più difficile e il giudice, isolato nel suo ruolo di arbitro distaccato, potrebbe perdere quel contatto con la realtà sociale che solo un corpo unico può mantenere. La lentezza non si cura con la chirurgia costituzionale, ma con l’autorità morale di magistrati che sentano il peso del proprio ruolo di garanti della concordia civile».
Beccaria, però, non ha ceduto, prende un sorso di caffè, posa lento la tazzina: «Al contrario, Charles-Louis. È proprio il sistema attuale, lento e farraginoso, a creare quelle torture burocratiche. Un giudice specializzato, formatosi esclusivamente per giudicare, sarebbe più propenso a emettere provvedimenti d’urgenza. Se la legge è chiara, come il Decreto 62 del 2024 che definisce l’accomodamento ragionevole, il giudice non ha bisogno di “filosofare”, ma solo di agire rapidamente. La vittoria di Pirro è figlia di un sistema dove l’incertezza regna sovrana; con carriere separate e una responsabilità disciplinare affidata a un’Alta Corte esterna, il magistrato sarebbe stimolato all’efficienza e alla trasparenza, sapendo di rispondere solo alla legge e non alle dinamiche del proprio ordine».
Il dibattito tra i tre si è poi spostato sul tema dell’invalidità civile e delle barriere digitali. Montesquieu ha chiesto se un sistema frammentato possa gestire la complessità delle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale applicata ai servizi per la giustizia. Beccaria ha auspicato una giustizia geometrica, basata su parametri certi per ridurre al minimo l’arbitrio umano, mentre Cicerone ha ribadito che nessuna macchina potrà mai sostituire l’equità di un giudice che guarda negli occhi il cittadino.
Mentre si avviavano verso la vetrata di uscita dalla bouvette, ho colto un ultimo scambio di sguardi. Montesquieu ha concluso con una riflessione amara ma lucida: «Il cittadino che esce da questa bouvette non cerca vendette contro la toga, ma una porta a cui bussare sapendo che qualcuno aprirà in tempo. Che si tratti di unità o separazione, la giustizia è tale solo se non arriva quando ormai il silenzio ha vinto sulla parola».
Le tre ombre sono svanite verso il Transatlantico, lasciandomi solo con il mio caffè ormai freddo, ma con la consapevolezza che il voto di fine mese non sarà solo una questione tecnica, ma una scelta profonda su come vogliamo che lo Stato protegga i suoi cittadini più fragili.
Francesco Alberto Comellini
Componente del Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio Permanente sulla Disabilità OSPERDI ETS